giovedì 5 marzo 2020

Dalle tute blu ai colletti bianchi....




Sul piano allegorico il bianco si traduce nell’aspirazione delle “tute blu” dei lavoratori di trasformarsi in “colletti bianchi”; si esprime nella cultura dell’igiene e dell’ asetticità che fa emigrare  i camici bianchi dall’ambiente sanitario  di medici ed infermieri prima in quelli parasanitari dei terapisti, ottici…, poi in quelli alimentari e in quelli estetizzanti di barbieri ed estetisti; costella il culto della scienza nei camici bianchi dei ricercatori dei laboratori di ricerca, dei programmatori di computer e culla sogni di espansione interplanetaria vestendo di bianco gli astronauti. Questo colore rappresenta il valore cromatico assoluto della civiltà industriale; è ossessivamente reclamizzato dalla pubblicità ai nostri bucati, alla biancheria, ai nostri denti, fino al parossistico “ bianco più bianco del bianco”. Unitamente a questi prodotti e ai nostri valori culturali, esso si offre al mondo come colore simbolo dell’evoluzione, del progresso e della civiltà.
Con l’avvento della civiltà industriale il bianco ha conosciuto momenti di espansione trionfale. Oggi è sinonimo di igiene e sterilità, è il colore sanitario per eccellenza, è l’attributo cromatico obbligatorio in ogni situazione che si voglia qualificare per la pulizia, l’igiene e la sterilità. Il bianco è imposto nella denominazione stessa della “ biancheria” personale e di quella pubblica, negli onnipresenti tovaglioli di carta, fazzoletti di carta, salviette di carta e in tutto quanto intende presentarsi come puro pulito ed immacolato.
 da C. Widmann- op. cit.




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