lunedì 29 settembre 2014

Noi Abbiamo Un Vero Re....







“Noi abbiamo  un vero re; egli abita
Al di là delle montagne…è vicino
a noi ma noi siamo lontani dal lui.
La sua dimora è inaccessibile, nessuna
Lingua può pronunciare il suo nome.
Davanti a lui sono stesi centomila
Veli di luce e d’ombra…Non
Credere che il viaggio sia breve;
bisogna avere un cuore di leone e per seguire
questa via inconsueta, poiché essa è
interminabile. Si avanza in una sorta di
stupore, sorridendo a volte, a volte piangendo”

Farid  Ud-DinAttar, Il colloquio degli uccelli

Farid ud-Din Attar, La ricerca del Simurgh





Il Verbo degli uccelli (in persiano: منطق الطیر, Mantiqu 't-Tayr, 1177) è un poema di circa 4500 versi in persiano di Farid al-Din 'Attar.
La trama è la seguente. 
Tutti gli uccelli del mondo si radunano per decidere chi sarà il loro re. L'upupa, che è il più saggio fra loro, li convince ad intraprendere la ricerca del leggendario Simurgh, un uccello della mitologia persiana che corrisponde all'incirca alla Fenice della mitologia occidentale.
Si tratta di un'allegoria, nella quale la ricerca del Simurgh rappresenta la ricerca di Dio, l'upupa rappresenta un maestro Sufi, e ognuno degli altri uccelli rappresenta un vizio umano che ostacola il raggiungimento dell'illuminazione spirituale. All'interno di questa cornice narrativa, costituita dalla storia del viaggio degli uccelli, Attar inserisce numerosi brevi racconti, sorta di "parabole" con funzione didattica.
Gli uccelli devono attraversare sette valli prima di raggiungere il Simurgh: la valle della ricerca, la valle dell'amore, la valle della conoscenza, la valle del distacco, la valle dell'unificazione, la valle dello stupore, e infine la valle della privazione e dell'annientamento. Queste valli simboleggiano le tappe che un Sufi deve attraversare per attingere la vera natura di Dio.
Quando i soli trenta uccelli rimasti raggiungono finalmente il luogo dove vive il Simurgh, tutto ciò che essi vedono è uno specchio in cui scorgono la loro stessa immagine riflessa. (Questo finale cela un gioco di parole in lingua persiana fra "Simurgh", il nome dell'uccello mitico, e "si murgh", che in persiano significa appunto "trenta uccelli"). Ciò rappresenta la dottrina Sufi secondo cui Dio non è esterno o separato dall'universo, bensì costituisce la totalità di ciò che esiste; i trenta uccelli comprendono infine l'identità mistica fra "Simurgh" e la loro stessa essenza.